I simboli tradizionali non sono enigmi a soluzione libera. Le loro interpretazioni legittime sono plurali ma non arbitrarie: appartengono a contesti dottrinali specifici. Leggerli fuori da quei contesti produce rumore.
Il simbolo come fatto tradizionale
Nel linguaggio comune si tende a considerare il simbolo come un oggetto "che significa qualcosa": la colomba significa la pace, la bilancia significa la giustizia, e così via. Questa concezione, applicata ai simboli delle tradizioni iniziatiche, produce una semplificazione dannosa. Un simbolo tradizionale non è un segnale con un significato univoco: è una figura concreta che rinvia a una realtà di ordine superiore, e lo fa all'interno di un sistema dottrinale preciso che ne regola l'interpretazione.
Per dirla diversamente: il simbolo ha senso in una tradizione, non "in sé". Lo stesso pentagramma può significare cose diverse nel pitagorismo antico, nell'iconografia cristiana medievale, nella magia rinascimentale di Agrippa, nell'occultismo ottocentesco di Lévi. Non esiste un "significato del pentagramma" indipendente dal contesto d'uso; ogni tradizione lo legge secondo il proprio sistema, e tali letture non sono intercambiabili.
Quattro errori ricorrenti
L'errore della lettura universale
Il primo errore — comunissimo nella letteratura divulgativa — consiste nell'attribuire a un simbolo un significato che si dichiara universale. "Il serpente rappresenta la sapienza", "il triangolo rappresenta la trinità", "il sole rappresenta la coscienza". Queste affermazioni trascurano il fatto che lo stesso simbolo ha significati differenti in tradizioni differenti. Il serpente è saggezza per i greci, tentatore per la Genesi, protezione per gli egizi, kundalini per il tantrismo. Le letture universali tendono a essere, in realtà, letture tardo-ottocentesche occidentali proiettate all'indietro.
L'errore della sovrapposizione
Il secondo errore consiste nel sovrapporre interpretazioni appartenenti a tradizioni diverse, come se fossero tutte ugualmente valide della "stessa" realtà. Così si legge, per esempio, che "l'Albero della Vita cabalistico corrisponde ai chakra, che corrispondono alle ghiandole endocrine, che corrispondono ai pianeti". Ognuna di queste corrispondenze è stata codificata in epoche e contesti specifici (la Kabbalah in ambiente ebraico medievale, i chakra nel tantrismo indiano, la medicina astrologica rinascimentale), e la loro sovrapposizione è operazione dell'occultismo ottocentesco, non dato tradizionale. Si può farla, ma va sapendo che la si sta facendo.
L'errore dell'etimologia
Il terzo errore, meno ovvio, è quello di dedurre il significato di un simbolo dall'etimologia della parola che lo denomina. "Symbol" viene dal greco symbállein, "mettere insieme": quindi il simbolo "mette insieme" visibile e invisibile. Queste piccole gemme etimologiche hanno valore retorico ma poco potere esplicativo: ci dicono qualcosa sul nome del simbolo, non sul simbolo stesso, che esisterebbe ugualmente con un nome diverso. L'etimologia illumina l'origine di una parola, non la struttura di una realtà simbolica.
L'errore della lettura psicologica
Il quarto errore, molto diffuso dopo la ricezione popolare di Jung, consiste nel tradurre sistematicamente i simboli tradizionali in contenuti psicologici. L'opus alchemico diventa il processo di individuazione; il drago diventa l'ombra; Dio diventa il Sé. Questa traduzione, che per Jung stesso aveva uno statuto metodologico preciso, nella divulgazione si trasforma in una riduzione indebita: la tradizione viene spiegata come se fosse psicologia travestita, e la sua pretesa di dire qualcosa su realtà oggettive (metafisiche, cosmologiche, operative) viene silenziosamente cancellata.
Una posizione onesta
Esistono modi di leggere i simboli che non cadono in questi errori. Consistono nel rispettare alcuni vincoli:
Primo: partire dal contesto tradizionale specifico in cui il simbolo è usato. Il pentagramma di Lévi va letto con gli strumenti dell'occultismo di Lévi; il pentagramma pitagorico con gli strumenti del pitagorismo; il pentagramma gotico con gli strumenti dell'iconografia cristiana medievale. Non sono lo stesso simbolo con tre sensi: sono, a rigore, tre simboli distinti che condividono la stessa figura grafica.
Secondo: lasciare al simbolo la sua apertura semantica. Un simbolo tradizionale non si "decodifica" come si decodifica un messaggio in codice. Ha letture multiple anche all'interno della stessa tradizione, e parte del suo valore sta in questa pluralità regolata. Le spiegazioni che "svelano il vero significato" di un simbolo ne appiattiscono la natura.
Terzo: sottoporre le proprie ipotesi interpretative a verifica testuale. Se si sostiene che "per gli alchimisti l'ouroboros rappresenta X", si dovrebbe poter citare passi di alchimisti che lo affermino, non dedurre il significato dall'immagine. La disciplina filologica — apparentemente opposta al simbolismo — è invece sua alleata naturale: aiuta a non attribuire alle fonti cose che le fonti non dicono.
Quarto: ammettere l'ignoranza quando è necessario. Di alcuni simboli antichi (i segni incisi sulle tombe orfiche, certi elementi dei misteri eleusini, alcuni passaggi alchemici) non conosciamo con certezza il significato. Costruire interpretazioni creative per riempire questi vuoti è operazione legittima in letteratura, meno in uno studio che aspiri a qualche rigore.
Una posizione non nichilista
Queste cautele non vogliono suggerire che i simboli tradizionali siano indecifrabili o che ogni interpretazione sia arbitraria. Vogliono solo ricordare che interpretarli è operazione tecnica, che richiede strumenti specifici di cui è onesto avere consapevolezza.
Un simbolo letto nel proprio contesto tradizionale conserva la sua potenza: è anzi nel contesto che tale potenza si manifesta. La Sefirah di Tiferet, dentro il sistema cabalistico, dice qualcosa di preciso sulla Bellezza come centro armonico dell'Albero della Vita. Staccata da quel sistema e usata come sinonimo generico di "bellezza", non dice più niente di particolare. Il lavoro del simbolo non è opporsi all'interpretazione, ma trovare quella giusta.